La scoperta del popolo negli anni del Neorealismo
La capacità di adattarsi alla naturalità immediata del vivere, di accettare il pero esistere biologico, in questi anni è individuata da Moravia essenzialmente nel popolo. Nel clima postbellico, dominato da speranze in una profonda rigenerazione della società, anch’egli scopre il proletariato come alternativa positiva ad una classe borghese intimamente minata da una malattia storica. Anche Moravia quindi subisce l’influenza di quel populismo che percorre come una costante la letteratura neorealistica italiana. Alcune opere moraviane riflettono questa tendenza: La romana (1947) e La ciociara (1957), a cui si affiancano i Racconti romani (1954) e i Nuovi racconti romani (1959). La romana è la storia di Adriana, una ragazza del popolo mite, remissiva, disponibile ad accettare l’esistenza in qualsiasi forma, che, tradita da un fidanzato disonesto, finisce per diventare una prostituta, ma conserva tuttavia la sua perfetta, “naturale” innocenza, nonostante venga a contatto col male nelle sue forme estreme, la corruzione e la violenza omicida. Nella Ciociara il mito della naturale santità del popolo già si incrina, in quanto l’esperienza della guerra vissuta da Cesira e della figlia Rosetta segna profondamente le due donne, facendo emergere il loro fondo negativo: Cesiria diviene disonesta per avidità, Rosetta, dopo aver subito uno stupro, trasforma il suo candore in una disperata sensualità, divenendo una prostituta. Resta però comunque nelle due popolane l’accettazione rassegnata del puro esistere naturale, dei semplici ritmi biologici dell’esistenza.
L’adesione alle tematiche populistiche e alle formule neorealistiche è però in Moravia più apparente che reale. L’immediatezza vitale del popolo è vagheggiata solo in quanto antitesi della “malattia” intima che corrode la borghesia: è il mondo borghese che n definitiva è sempre al centro dell’indagine di Moravia. Di contro alla placida naturalità di Adriana, nella Romana, si colloca il giovane intellettuale Mino, che soffre di un’impossibilità di rapporti con la realtà, di una scissione fra coscienza e azione in tutto simili a quelle di Michele negli Indifferenti. Il senso dell’assurdità del reale lo porta prima a tradire i compagni della Resistenza, poi a darsi la morte: l’impotenza dell’eroe borghese, potatore di una consapevolezza lucida quanto paralizzante, non può sfociare che nell’autodistruzione: Michele si sacrifica per la vita dei contadini ciociari tra cui è sfollato, e viene ucciso dai Tedeschi. In questo periodo in cui subisce l’influenza del populismo neorealistico, Moravia non cessa poi di scrivere romanzi che si concentrano esclusivamente sulle tematiche della crisi borghese e che hanno al centro figure emblematiche di intellettuali dalla “coscienza felice”. Nel Conformista (1951) Marcello, ossessionato dal senso di colpa per un omicidio che crede di aver commesso da ragazzo, insegue disperatamente la “normalità” e crede di trovarla all’adesione al fascismo, sino a diventare un sicario nell’assassinio di un antifascista. Nel Disprezzo (1954) un altro intellettuale, Riccardo, ancora legato ai valori umanistici, si scontra con un mondo che li priva ormai di significato, quello dell’industria culturale, del cinema che riduce la culture a merce. |